"Bambini che rendono reali le loro fantasie: immaginano Alì Babà ed eccolo apparire al loro fianco; vogliono entrare con Alice nel Paese delle Meraviglie, ed eccoli alle prese con il sorriso del gatto del Cheshire, oppure desiderano passeggiare sulla superficie lunare ed eccoli avvolti dalla luce argentea mentre guardano le orme lasciate dai loro scarponi spaziali...Eh, sì! Chi non ha mai desiderato realizzare i sogni dell'infanzia? Tutti noi, nessuno escluso, abbiamo vissuto - almeno per un attimo - nei panni dei "nostri" eroi e tutti siamo stati richiamati ogni volta con in piedi per terra. È in questo viaggio tra fantasia e realtà, che - continuano a raccontarci - diventiamo "adatti" al mondo nel quale siamo capitati per caso.
Ma se potessimo davvero realizzare le nostre fantasie, diventeremmo mai "buoni" come ci vogliono genitori, educatori, istituzioni? Davvero ci lasceremmo convincere a scambiare i mondi infiniti del nostro immaginario con il solo mondo nel quale siamo costretti a vivere? Non credo proprio.
Forse faremmo come i fratelli di un racconto di Ray Bradbury: prima di abbandonare una nursery che adatta la propria struttura ai nostri desideri di avventura, giungeremmo a lasciare i genitori-aguzzini sul veldt africano, in balia dei leoni.
Bambini-monstre, come raramente si trovano nella letteratura per l'infanzia - come quella creata dallo scrittore americano - in cui la parola ed il racconto sono divenuti i bzzz, appena percettibili, della strumentazione elettronica della casa-Vitabella che pensa a tutto. Non stupisce che di fronte alla minaccia di staccare la spina, il bambino reagisca terrorizzato: "Sarà spaventoso! Dovrò lavarmi i denti da solo, e pettinarmi da solo, e fare il bagno da solo?".
Fantasie di scrittore, si dirà: ne siamo così certi? Oppure si ha timore di riconoscere in quel "terrore" l'ansia da consumo che sta tracimando la stessa fantasia dei nostri figli nelle "morte gore" di un mondo perfetto senza più riti di passaggio? Dove, cioè, si sta impedendo ai bambini l'esperienza della vita prima ancora che sia iniziata?
E allora, ben venga una proposta - come quella della Lapo Art Films che gioca il tempo del consumo, ed alla saturazione nevrotica della curiosità nel mondo delle cose oppone i ritmi lenti della narrazione orale.
Quasi una provocazione, se non ci fosse stato il successo delle letture benignane di Dante; quasi una premessa, per percorsi educativi che vogliano trasformare "occhiacci di legno" in occhi curiosi della vita e del mondo.
Perché Pinocchio, anno di nascita 1883, appartiene ad un'altra storia che, per gli attuali abitanti del tempo - non solo infanti o in età puberale, ma anche molti giovani adulti - appare lontana. Un luogo della memoria da ricostruire con altre narrazioni, letture e soprattutto con le proiezioni dell'immaginario, sollecitate dai processi di identificazione con le avventure di questo "pezzo di legno da catasta".
Scanditi dalle introduzioni di Ornella Grassi, e dalle musiche di Jacopo Martini, i capitoli si susseguono nell'ordine creato da Carlo Collodi, e solo la voce calda e profonda di Sergio Ciulli ci conduce nel periplo disegnato dall'autore per raccontarci la straordinarietà del cammino che ogni individuo deve percorrere per essere riconosciuto ed accettato come membro della società in cui gli è capitato di nascere.
Certo, ed è inutile nasconderselo, ascoltando vediamo scorrere le immagini delle versioni cinematografiche - per ultima proprio quella di Benigni - che sono state dedicate al burattino più famoso del mondo. E' inevitabile: il nostro immaginario è un grande deposito di materiali sempre nuovi, e gli attuali sono costituiti per lo più dai suoni e dalle immagini che ci rinvia il circuito mass mediatico.
Ma, proprio per questo la proposta dell'ascolto solo acquista appeal . Accettandola, infatti, si trasgredisce l'ordine costituito della civiltà dell'immagine: si oscura il video per lasciare solo la voce. Non possiamo evitare di usare le immagini ricevute, ma siamo liberati dalla loro costrizione. Affidandoci alla narrazione, infatti, sono le immagini memorizzate che debbono accordarsi con le parole e non le parole alle immagini. Così, ci immergiamo sempre più nel nostro film che abbiamo iniziato a girare nel momento stesso in cui venivamo coinvolti in una storia troppo nota per essere conosciuta.
E il bello è che ogni film sarà diverso da qualunque altro. Ogni stazione del percorso di Pinocchio, infatti, assumerà i significati che gli daremo in base ai nostri interessi o, più semplicemente, agli umori del momento: per qualcuno sarà l'occasione per una discussione delle teorie freudiane sulla figura del padre; qualcun altro, invece, si commuoverà sulla condizione dell'infanzia; qualcun altro ancora troverà motivo per rimpiangere la semplicità di un mondo in cui aveva ancora senso "sorvegliare e punire", oppure se ne scandalizzerà per il misto di paura, superstizione, miseria che caratterizzava il "paese della fame".
Ma, soprattutto, presi nel cerchio magico dell'affabulazione, ri-proviamo - magari con stupore - emozioni, sentimenti, dolori che avevamo seppellito nel fondo della memoria e che improvvisamente ritornano in superficie come epifanie del nostro esistere.
Con la fine di Pinocchio, infatti, diamo l'addio al mondo delle possibilità per entrare nel mondo della necessità, dando inizio ad una inconscia celebrazione senza fine del lutto dell'infanzia. Chissà.
Certo è che Pinocchio se ne farebbe beffe del nostro strologare e, tenendosi inutilmente il naso, cercherebbe - in una delle mille piazze e piazzette che costellavano la Toscana descritta da Fucini - di venderci un po' d'ombra di campanile...un modo come un altro per giocare il mondo senza bisogno della magia di Harry Potter."
Andrea Spini